A scuola di libertà - pensieri e impressioni
✍Riflessioni sull'esperienza al carcere "Due Palazzi" di Padova promossa dall'associazione Il Granello di senape tramite il progetto "A scuola di libertà"
L’esperienza vissuta al carcere “Due Palazzi” di Padova è stata a mio avviso molto significativa e toccante soprattutto perché ci ha permesso di vedere la detenzione da un altro punto di vista e questo mi ha permesso di capire il cambiamento mentale dei detenuti con cui abbiamo avuto la possibilità di parlare.
Dal momento in cui siamo scesi dal bus fino all’arrivo nella stanza in cui si è tenuto l’incontro con alcuni detenuti, si sentiva un gran senso di tensione e il silenzio sembrava riempire tutto lo spazio. Durante tutto il corso della visita ho provato dei continui contrasti emotivi e uditivi: il silenzio assordante era a volte sostituito dai rumori delle porte che si aprivano e chiudevano o dal rumore dei detenuti che urlavano e sbattevano le mani sul ferro delle celle. Tutto questo contrasto sonoro era accompagnato da forte tensione, a volte alternata da un senso di tranquillità.
Da subito, appena siamo entrati nella stanza con le persone detenute, si è sentita un’aria diversa, più serena e accogliente.
Ascoltare le diverse esperienze e il rimpianto, nella maggior parte dei casi, verso il crimine commesso ha suscitato in me molte emozioni e mi ha fatto percepire una grande volontà di cambiamento per sé stessi e per le famiglie che li aspettavano al di fuori della struttura.
L’argomento a mio parere più toccante era proprio la paura, soprattutto nel caso di detenuti con dei figli, di uscire e di non riconoscere più le persone con cui si condivideva la quotidianità prima di iniziare la detenzione. In particolare mi ha colpita la voglia di farsi vedere forti durante le visite dicendo alle famiglie che va tutto bene anche se in realtà si sta morendo dentro perché non si ha la possibilità di invecchiare con la persona che si ama e di non conoscere la quotidianità dei propri bambini.
Mi ha fatto davvero piacere la disponibilità da parte loro di parlare con noi studenti e di rispondere alle nostre domande anche se potevano risultare loro scomode o banali.
Mi ha colpita molto la loro volontà di rieducarsi da e di mettersi in gioco per essere delle persone migliori una volta uscite, ad esempio attraverso le attività e i lavori forniti dal carcere o attraverso il proseguimento degli studi sospesi in adolescenza.
Da questa visita ho capito che, se si ha realmente la volontà, è possibile cambiare e diventare delle persone migliori, riconoscendo gli errori commessi senza negarli perché senza l’interiorizzazione dei propri sbagli non sarà mai possibile cambiare e intraprendere un percorso di rieducazione.
Veronica Doro, 5DU
L’esperienza di incontro con i detenuti del carcere di massima sicurezza “Due Palazzi” a Padova si è rivelata interessante, e molto spesso anche toccante.
Le storie dei detenuti, con le loro aspirazioni, i loro desideri, i loro rimorsi, la loro consapevolezza si possono facilmente inserire in qualcosa di umano, in qualcosa che riguarda tutti.
È proprio la loro “umanità” che, forse, può ancora stupire la “brava gente” al di fuori dal carcere che, molto spesso, tende a dipingerli come degli animali, degli oggetti, dei soggetti da eliminare.
Certo, non tutti i detenuti riescono a cambiare e soprattutto avere la consapevolezza e la forza di cambiare il proprio futuro e la propria storia, ma chi ci riesce, eccolo lì: un cambiamento che si sente e si percepisce.
Questo incontro ha la potenza di minare, di assottigliare la differenza tra i “perfetti” e gli “sbagliati”. Chi, infatti, si può vantare di essere oggettivamente “sano?” Tutti, nel mondo, oggettivamente, potremmo essere perseguibili, perché noi tutti potremmo avere difetti che potrebbero sfociare in un episodio che porta all’incarcerazione. Tutto ciò che noi potremmo desiderare di ottenere – una prestazione medica, soldi, fama, felicità – è quello che potrebbero desiderare di ottenere, o che hanno desiderato, anche quelli che ora sono in carcere. I metodi sono diversi, ma il punto di partenza è sempre quello umano. E quanti “perfetti” fanno degli errori che non vengono perseguiti?
Questo incontro apre gli occhi. Non è un modo per dimenticare quello che quelle persone hanno fatto, perché i nostri errori rimangono marchiati a vita, che lo vogliamo o no.
La bellezza è ritrovare la perseveranza di questi detenuti, che nonostante la mancanza della libertà continuano a lottare per migliorare il proprio futuro e quello dei loro familiari; lottare per raggiungere le aspirazioni di una società che, purtroppo naturalmente e semplicemente, non accetta la loro redenzione e fatica a dar loro altre possibilità per integrarsi con i “normali” cittadini.
Chissà, forse qualcosa di umano in noi rimane sempre.
O almeno, è quello che si comprende con questo incontro: semplicemente umani, con le nostre aspirazioni e contraddizioni.
Chiara Dalla Pietà, 5DU
